Gino Strada: “ho più paura dei neonazisti in Europa che dell’Isis”

Gino Strada

 

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Gino Strada: ho più paura dei neonazisti in Europa che dell’Isis

Il medico di guerra va giù duro: troppi razzisti, troppi nazisti in Europa. La destra in Italia? E’ rappresentata da Matteo Salvini che nella sostanza la pensa come i Cinque Stelle”

Gino Strada, il fondatore di Emergency, non ci gira attorno: “Non credo che l’Isis possa rappresentare una preoccupazione per l’Europa, semmai sono preoccupato dal diffuso avanzare del razzismo e del neonazismo nei Paesi europei”. Le dichiarazioni di Strada arrivano a margine della cerimonia inaugurale dell’anno accademico della Scuola Normale di Pisa e ovviamente fanno scalpore.
“Se dovessi indicare l’altra destra italiana – ha concluso – direi che è rappresentata da Matteo Salvini, che peraltro non ha posizione sui migranti tanto diverse da altre forze politiche come il Movimento 5 stelle, segno che su certe tematiche non si è ancora capito che non basta dire ‘aiutiamoli, ma a casa loro'”.

I miei nonni comunisti – Un racconto bellissimo.

 

comunisti

 

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I miei nonni comunisti

Braccianti poveri arrivati dall’Abruzzo, lavoratori con una fede semplice e l’Unità in tasca, sono stati i veri custodi dei miei primi dolori e dei primi stupori. Nonno Stefano era grande, massiccio, vociante. Era comunista. Dai suoi racconti ebbi la prima lezione di pratica politica

Due nonni vivevano al piano di sotto; due al piano di sopra. I nonni di sotto erano quelli materni, Anna e Davide; i nonni di sopra quelli paterni, Maria e Stefano. Noi – io, mio fratello, la mia mamma, il mio papà – vivevamo con i nonni paterni. Ma c’era solo una rampa di scale, un nulla, tra un mondo e l’altro. Tutti braccianti immigrati dall’Abruzzo all’inizio degli anni Sessanta – nonni e genitori, e noi bambini: pure io minuscolo immigrato di tre anni. “Che vergogna, ma che penserà la gente: che a casa non abbiamo neanche una testa d’aglio!”, si lamentava nonno Stefano quando la mamma tornava dalla spesa – per anni faticò ad accettare l’idea che servissero soldi per comprare cose che prima tentava di strappare alla terra (ben poche cose, da disperati: il padrone si prendeva la metà del tutto, senza mai alzare la zappa). Poi, il giorno che arrivava la pensione, solennemente si avviava verso la frutteria e comprava una banana a me e una a mio fratello: concessione esotica, preziosa – ché mica poteva malignare la gente di città, nessuno poteva pensare che a San Rustico di Basciano, provincia di Teramo, sotto il profilo quadrato e rassicurante e ventoso del Gran Sasso, ci fossero coltivazioni di banane abbandonate al loro destino. Nonno Stefano era grande, massiccio, vociante. Era comunista. Dai suoi racconti ebbi la prima lezione di pratica politica e di logica necessità del socialismo. “Ah, Stè – gli disse beffardo e sospiroso il padrone, don Vincenzo, quando gli annunciò che sarebbe andato via da San Rustico – adesso tutti a Roma, tutti a mettervi i guanti bianchi!”. “Padrò – rispose nonno Stefano – il problema non è mio, che i guanti non li ho mai portati, il problema è tuo, che devi cominciare a toglierli”. Mi guardava e mi spiegava. “Noi siamo comunisti perché i poveri sono comunisti”. Logico. Semplice. Appariva anche profondamente giusto. Ho amato tutti i miei nonni, abbracci e sorrisi e gesti che ricordo quasi sempre lenti e misurati, ma come spesso accade uno soprattutto fu “il nonno” – quello che poi un po’ diventiamo con gli anni, da cui riceviamo una sorta di stramba educazione, magari persino di beffardo imprinting, un gesto e uno sguardo e una parola ancora capaci di attraversare decenni di assenza. Per me fu nonno Stefano.

Nonno Davide invece era magro e quieto e pareva sussurrare, anziché parlare. Negli ultimi anni della sua vita, come a volte succede, i suoi pensieri erano già altrove, certi giorni irraggiungibili anche a quelli che lo amavano. Sono le persone che vanno troppo avanti, che a un certo punto – e proprio quando il passo si fa ancora più lento e i gesti diventano più preziosi – precedono alla velocità della luce pure se stessi. Un giorno eravamo soli, a casa. A un certo punto disse: “Voglio uscire”, e invece di prendere la porta, si avviò verso la finestra. Lo abbracciai forte, per trattenerlo. Era fragile, ma duro come acciaio, di pietra le sue ossa sottili: le braccia, le gambe, le parole urlate, le lacrime, la furia: “Fammi uscire, fammi uscire!!!”. Forse durò un’ora, forse pochi minuti che sembrarono ore. Poi qualcuno arrivò – e nonno, sfinito, si fece ricondurre sul letto. Nei pochi mesi che restò con noi, qualcosa ogni tanto pareva attraversare la sua mente. Mi guardava, un piccolo sorriso, come piccoli erano sempre i suoi sorrisi: “Tu non mi hai fatto buttare di sotto, quel giorno…”, e subito dopo tornava per fortuna a dimenticare. Raccontava una storia bellissima, nonno Davide. Risaliva a quando c’era la guerra, giù in Abruzzo – e le campagne sotto il Gran Sasso erano infestate di nazisti e fascisti in camicia nera, che giorno e notte irrompevano urlando nelle case dei contadini per far razzia di tutto quello che trovavano: animali, grano, pane. A mio nonno Davide era rimasta solo una mucca, una povera magra mucca superstite. Certo nazisti e fascisti l’avrebbero rubata, macellata (era, del resto, la macellazione una loro specialità), divorata. Così per mesi, per paura e per difendere quell’unico suo bene, nonno Davide andò a dormire dentro un fosso, poco lontano da casa, abbracciato all’animale – lui e la bestia fuggitivi dalla furia degli uomini. Poi, una notte nazisti e fascisti arrivarono davvero – e nonno e la mucca erano nascosti dentro al fosso dietro casa, gli occhi sbarrati sulle stelle – e trovarono solo nonna Anna, e sua figlia più grande, Teresa, la mia mamma, una bambina di pochi anni. Nonna Anna era incinta di un altro figlio. Come sempre urlando nazisti e fascisti le ordinarono di consegnare tutto quello che aveva – ma non c’era niente da prendere, vuota la credenza, vuota la cantina, solo la mucca laggiù dentro al fosso. Nonna Anna piangeva, piangeva la piccola Teresa, disperamente attaccata alla gonna della mamma. “Non abbiamo niente…”. Finché un soldato nazista puntò il mitra sul suo grande ventre, minacciando di spararle – e perciò e per sempre, dopo il racconto di nonno Davide, questo per me ogni guerra è: un brigante nazista che punta il mitra sul ventre di una donna incinta. Di questa convinzione, a quel vecchio uomo leggero e di pietra che alla fine dei suoi giorni pensava di poter volare come un uccello dalla finestra, sono ancora grato.

 

Al contrario del marito, nonna Anna era grande, maestosa, un cuore matto, camminava appoggiandosi al bastone, portava al collo una collana di corallo che mandava riflessi vermigli – così che mi pare di ricordare il suo volto sempre dentro questa cornice di luce vermiglia. Sul comò, in camera da letto, aveva una vecchia statuetta di ceramica che io ogni volta guardavo incantato: una damina con un vestito bianco e dei fiori blu, un fiocco rosso sul petto, in testa un vezzoso cappellino con piume rosse e ocra, che suonava una chitarrina gialla. Più sciantosa, forse, e per fortuna, che dama di buona società. A casa dei miei nonni Davide e Anna, che erano venuti via dall’Abruzzo alcuni anni prima di noi, per la prima volta mi capitò di assaggiare il parmigiano. Noi usavamo, e per sempre continuammo ad usare, un formaggio forte di pecora, duro e saporito, che facevano certi parenti giù in Abruzzo. Ne restai meravigliato. “Eh, questo è il cacio di Roma”, mi spiegò nonna Anna. Quando morì, ero lontano – così restò senza un saluto, la mia nonna dalla luce vermiglia. Nonna Maria invece era piccola, minuta. Sempre un fazzoletto in testa, sempre gli stessi piccoli orecchini d’oro che portava da quando era bambina, i capelli bianchissimi. Raccontava di quel prete, laggiù al paese, che col passare degli anni era andato un po’ fuori di testa, e così certi giorni la sua messa durava ore, certi altri se la sbrigava in cinque minuti. “Neanche un’Ave Maria…”. Una volta nonna Maria si lamentò col diretto interessato: “Don R., ma ’sta messa com’è che dura tanto poco?”. E quello: “Marì, io so’ lento a partì, ma una volta partito il diavolo mi si porta!”. Non sapeva leggere, nonna Maria, né scrivere, così che i suoi bellissimi occhi chiari mandavano sempre e in continuazione lampi di stupore: quando le leggevo qualcosa, quando vedeva la televisione, quando passava lunghe ore alla finestra a guardare la gente che passava lì sotto, quando vide i primi fagioli in barattolo o assaggiò con cautela la maionese. Mi pareva un bellissimo curioso folletto, la mia nonna, una bimba ottantenne con le rughe. Per tutta la vita, saggiamente, si rifiutò di rispondere al telefono, quando il telefono, negli anni Settanta, trionfalmente arrivò anche in casa nostra. “Quello dà la corrente!”, avvisava tutti. “Non lo toccate, non lo toccate!”. Se squillava, lo osservava con preoccupazione, aspettava che tacesse, e solo allora, cautamente, alzava la cornetta. Quando arrivò il televisore, col contributo della mamma le costruì attorno un’elaborata mantellina fiorita per proteggerlo dalla polvere e dalla luce. “La luce gli fa male”, sentenziò con sicurezza. Come nonno Stefano, anche nonna Maria era comunista – sempre in base alla convizione che se uno è povero per logica ha da essere pure comunista – ma con cautela, quasi sbadatamente, pareva che persino il comunismo filtrasse attraverso i suoi occhi chiari. La televisione – rinunciato a capire il mistero di tutte quelle persone lì dentro quella specie di scatolone – le piaceva. Si sedeva compostamente, come se dallo schermo potessero scrutare dentro casa nostra, e guardava tutto col suo sguardo di saggia e curiosa testuggine. Poi, quando appariva Enrico Berlinguer si animava, si alzava e poggiava un bacio, con le dita della mano, sull’immagine. “Bello, figlio mio bello”, sospirava. Fu l’ultima dei miei nonni a morire, Maria – chissà, forse anche quel giorno in un lampo di stupore.

 

Nella camera di nonna Maria e di nonno Stefano c’erano, a fianco del letto, l’immagine di Togliatti e quella di Papa Giovanni. Al centro, un crocifisso con un Cristo quasi urlante, spaventato, lo sguardo alzato verso quel cielo inutile, senza risposte. “Pure lui era comunista. Anzi, il primo” – ecco. Sotto, una grande radio. Quando il prete, don Andrea, veniva per la benedizione pasquale, nonno Stefano gli regalava un fiasco di vino: “E’ per te, mica per la messa”. La domenica, invece di portarmi in chiesa, mi trascinava tra i compagni che diffondevano l’Unità – che molto faticosamente lui provava a leggere. Aveva imparato da solo, nonno Stefano: parola dopo parola, scandendole lentamente. Per tutta la vita, possedette solo due libri, che quando ero bambino mi leggeva in continuazione: una storia dei “Reali di Francia”, chissà pescata dove, e ora andata persa per sempre, e una vita di santa Genoveffa, scritta da un tal canonico Schmid: storia di una povera fanciulla, “gentil principessa”, crudelmente abbandonata nella Foresta Nera insieme al suo figlioletto, anzi “figliuoletto”, a nome Schmerzenreich, e qui amorevolmente soccorsi e salvati da una caritatevole cerva (i tre, bestia e figliolanza e fanciulla, erano ritratti sulla copertina del libro, nel cuore minaccioso della foresta). Nonno Stefano provava a variare di tono, mentre lentamente srotolava la cupa storia: “Spesso diceva piangendo, mentre le lacrime cadute si congelavano: ‘Oh! Se avessi qualche favilla di fuoco sarebbe per me un insigne dono del cielo! Ma io dovrò anche intirizzire in mezzo al bosco. Sia però fatta, o Signore, la Tua volontà’…” – e le lacrime mie di bambino (però senza successivo congelamento) facevano eco a quelle della nobile e sfortunata fanciulla. Alla quale, infine, dopo tanto patire, toccò gli onori degli altari, “e molte donne e zitelle, a divota riconoscenza di lei, portano anche oggidì il nome di Genoveffa”. “A me però piace più il mio”, faceva quietamente notare dal suo angolo, vicino alla finestra, nonna Maria.

 

Quando arrivavano le lettere dei parenti dall’America – fratelli e nipoti partiti da decenni, sparpagliati e spersi tra le pianure dell’Ohio e nei pressi di Chicago – toccava poi a me, sotto dettatura di nonno Stefano, rispondere. Ogni lettera che arrivava – fogli leggeri, carta velina che quasi si consumava tra le mani – conteneva un dollaro: quel dollaro era la mia paga per il lavoro svolto. Soprattutto la prosa di zia Luisa affascinava nonno Stefano. Sempre uguale, sempre le stesse parole, e sempre nonno che diceva: “Senti, senti com’è brava zia Luisa”. E dicevano sempre così, quelle lettere: “Noi qui stiamo tutti bene, e così spero di voi…”. E sempre così terminavano: “Adesso vi lascio con la penna ma non con il cuore…”. E ogni volta la promessa di vedersi il prima possibile, si capisce a Dio piacendo. Poi un giorno questi parenti americani – zia Luisa, quella più creativa, zio Giovanni, zia Maria, zia Rosaria, zio Vito – arrivarono veramente in visita, tirandosi dietro barattoli di crema di arachidi, che nonna Maria odorò con cautela e allontanò con decisione, e bottigliette di profumo e dopobarba marca “Old Spice”, il cui odore sembrò persistere per mesi e mesi dopo la loro partenza. Con grande saggezza, nonno Stefano rinunciò alla discussione dialettica, che aveva annunciato di voler aprire con i congiunti d’Oltreoceano, sulle grandi tare e le ingiustizie del sistema americano.

 

[**Video_box_2**](Ma infine, forse, è tutto qui. Eravamo ancora laggiù in Abruzzo. Io ero piccolissimo. La mattina appena sveglio indossavo i miei sandaletti, prendevo un pentolino smaltato di bianco e scendevo sotto, nella stalla, dove nonno Stefano stava lavorando. Smetteva di ammuchiare il letame, mi dava un bacio, posava il forcone, si avvicinava a una mucca, scansava il vitellino che stava succhiando il latte, e con quello stesso latte riempiva il mio pentolino bianco. Seduto su una balla di fieno – lì a fianco, in un canaletto di scolo, scorreva il piscio delle mucche; sopra, sulla testa, appesa al muro, un’immagine di sant’Antonio Abate circondato da ogni sorta di animali – bevevo il mio latte, tiepido e denso, mentre osservavo il vitellino che ricominciava a succhiare il suo. E quello stesso latte condiviso, avrebbe creato con la bestia un legame che sarebbe durato per sempre; e la sua precoce morte in dolore – l’ascia, il coltello, la sega del macellaio – sarebbe diventata una ferita mai più sanata, immedicabile, un lunghissimo spavento. Ma questa è un’altra storia).

 

Così, a mio nonno Stefano sono debitore del nome, di una certa somiglianza fisica, delle prime passioni politiche, di quelle faticose letture a un bambino di pochi anni della triste storia di una fanciulla persa nel cuore della foresta e salvata da una cerva, di quella ciotola di latte tiepido al mattino, dei primi bizzarri sguardi sul mondo – di molti incanti, e di qualche dolore. Alla fine di tutto, baciai la sua fronte fredda, in quella stanzetta d’ospedale, e allora sì che pure le mie lacrime parevano gelare. Dentro la tasca della giacca – che buffo, pareva, nonno Stefano con la cravatta! – feci furtivamente scivolare, di nascosto da tutti, la sua ultima tessera comunista. Casomai pure il Padreterno, lassù, coltivasse il vizio dei guanti bianchi.

 

Tutta qui, la piccola storia dei miei nonni. Forse non è molto, anzi: certo non lo è, ma ancora adesso – adesso che sono passati decenni dalla loro scomparsa, ormai solo un groviglio di tombe e date confuse e ombre con la consistenza dei muri, e i loro figli sono diventati vecchi, e i figli dei loro figli presto lo saranno – c’è un debito di memoria che resiste, una sorta di malinconia che a volte torna a prendersi il cuore. Forse e semplicemente perché furono loro, i nonni, i veri custodi dei miei primi dolori e dei primi stupori.

Pd, Lega e Forza Italia: tutti per la privatizzazione dell’ acqua. Tutti tranne il M5s! Sempre loro a rompere i coglioni e mettersi dalla parte della gente!

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Pd, Lega e Forza Italia: tutti per la privatizzazione dell’ acqua. Tutti tranne il M5s! Sempre loro a rompere i coglioni e mettersi dalla parte della gente!

PD, LEGA E FORZA ITALIA: IL PARTITO UNICO PER LA PRIVATIZZAZIONE DELL’ ACQUA

Se ancora avevate dei dubbi sull’ambiguità della politica italiana, ecco l’ennesimo “capolavoro” del partito unico (PD, Forza Italia e Lega); tutti uniti contro la delibera presentata al Comune di Torino che toglie ai privati la gestione del servizio idrico.

COMPLIMENTI! I 27 milioni di cittadini che nel 2011 sono andati a votare il referendum per l’acqua pubblica ringraziano!

Io, invece, mi sento di ringraziare la Sindaca Chiara Appendino per questo ambizioso e difficile percorso avviato in difesa dei beni comuni.

 

La verità che solo Marco Travaglio ha l’onestà ed il coraggio di dire: “Fassino ha fatto il debito e l’Appendino ha ricevuto l’avviso di garanzia”…!!

Marco Travaglio

 

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La verità che solo Marco Travaglio ha l’onestà ed il coraggio di dire: “Fassino ha fatto il debito e l’Appendino ha ricevuto l’avviso di garanzia”…!!

 

Ospite a Di Martedì, programma di La7 condotto da Giovanni Floris, Marco Travaglio ha raccontato una per una le porcate della nuova legge elettorale Rosatellum bis, che si appresta ad arrivare al Senato e ad essere approvata:

“Si sono sperimentate tutte le possibili forzature e illegalità previste e non previste dal nostro ordinamento, nel senso che, violando le raccomandazioni del Consiglio d’Europa, si fa una legge a pochi mesi dalle elezioni.

Violando il principio di neutralità delle leggi elettorali si fa una legge elettorale scritta apposta per fregare la prima forza politica italiana, i 5 Stelle e anche Mdp, che non si vogliono alleare con altri, e favorire tutti gli altri partiti.

Violando i regolamenti della Costituzione si impone la questione di fiducia su materia elettorale, cosa che nelle due camere non si era mai vista se non con l’Italicum e si era invece visto purtroppo nel ’23 con la legge Acerbo da parte di Benito Mussolini, e solo in una delle due camere nel ’53 con la legge truffa del governo De Gasperi. Con l’aggravante che questa non è una legge del governo e quindi non si capisce per quale motivo chi vota questa legge debba dare la fiducia al governo, visto che questa è anche una legge scritta da Berlusconi e dalla Lega, che la fiducia al governo non la danno.

È un insieme di forzature che dovrebbe interessare molto la Corte di Giustizia Europea che nel 2005 una legge analoga l’ha bocciata per le elezioni in Bulgaria. E quindi è molto probabile che arriverà la Corte Europea a sanzionare anche l’Italia, ma se ne fregano tutti come se niente fosse”.

Questa legge – ha proseguito il direttore del Fatto Quotidiano – “fa scegliere un terzo dei parlamentari, che sono i candidati di collegio, mentre non fa scegliere la quota proporzionale. A me non interessa niente se nella lista ci sono i nomi o non ci sono i nomi. A me interesserebbe poter mettere una crocetta sul nome che io preferisco, non sul simbolo del partito e poi i segretari dei partiti hanno già deciso al posto mio prima delle elezioni chi fra quelli in lista viene eletto e chi no.

Travaglio ha poi aggiunto:

“Avevano detto ‘basta nominati’, abbiamo due nominati su tre, con un aggravante: che se io voto il candidato del mio collegio perché l’ho visto in campagna elettorale e mi ha convinto, e non ho nessuna intenzione di votare una lista di nominati collegata a lui, sono costretto a votare una lista collegata a lui. Perché se indico un’altra lista mi annullano la scheda, se invece non indico nessuna lista il mio voto al candidato di collegio va comunque alle liste collegate a lui anche se io non voglio minimamente averci nulla a che fare”.

Decennale Pd, Travaglio: ‘L’ho registrato come un funerale’

Alla domanda del conduttore su come avesse registrato i dieci anni anni del Pd, il giornalista ha detto che ha registrato il festeggiamento come “un funerale” in quanto “se uno va a leggere i proclami che fece il Pd di Veltroni nel 2008, quando nacque il partito, e poi li confronta con le cose che sono state fatte negli ultimi anni scopre che quel partito è diventato il contrario di se stesso”.

Caso Appendino, Travaglio a Di Martedì: ‘Fassino ha fatto il debito e l’Appendino ha ricevuto l’avviso di garanzia’

Il giornalista ha anche detto la sua sul caso Appendino: alla sindaca 5 Stelle di Torino è stato notificato un avviso di garanzia con l’invito a presentarsi per un interrogatorio alla presenza di un difensore per la questione del debito “fantasma” di 5 milioni di euro che il Comune aveva accumulato nei confronti della società Ream.

Travaglio ha detto in chiusura: “Fassino ha fatto il debito e l’Appendino ha ricevuto l’avviso di garanzia. Sarà la Procura della Repubblica a stabilire se quel bilancio è falso o no”.

Gino Strada: “La guerra è una malattia da curare”

 

Gino Strada

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Gino Strada: “La guerra è una malattia da curare”

Il pacifismo come ragione di vita, i conflitti come il “cancro” dell’umanità, da estirpare e debellare al pari di una patologia infettiva e virale. Gino Strada ha fatto della non violenza la strada maestra della sua vita: un ideale da perseguire ad ogni costo e con ogni forma, mezzo e energia.

La laurea in chirurgia, conseguita a metà anni ’80, le specializzazioni all’Università di Stanford e Pittsburgh, diventano un prezioso bagaglio da mettere al servizio della collettività: prima attraverso il volontariato con la Croce Rossa, poi con Emergency, associazione umanitaria internazionale fondata insieme a un gruppo di colleghi nel 1994.

Asia, Africa, Medio Oriente, America Latina e Europa: in più di venti anni di attività i volontari hanno fornito assistenza gratuita a oltre 6 milioni di pazienti in 16 Paesi nel mondo, assumendo un ruolo fondamentale nella gestione delle crisi internazionali.

Gino Strada ha sostenuto posizioni critiche nei confronti della strategia militare della Nato e degli Stati Uniti, ma anche delle politiche dei governi italiani, affiancando sempre all’impegno nelle zone di conflitto le battaglie morali e civili. Nel 2013, dopo le dimissioni di Giorgio Napolitano, viene eletto tra i dieci possibili candidati alla Presidenza della Repubblica dal Movimento 5 Stelle, ma decide di ritirarsi. 

L’impegno a favore della pace, le attività nelle aree di conflitto e il contributo nella lotta al terrorismo lo hanno portato a ricevere numerosi premi, tra cui il Nobel alternativo al Parlamento svedese. “La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente”, dirà il chirurgo milanese durante la premiazione. 

Gino Strada

Quello che i Tg non vi diranno mai – Reddito minimo di cittadinanza: il Parlamento Europeo APPROVA la proposta del M5S. Solo in Italia non se ne parla proprio…!

 

 

Parlamento Europeo

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Quello che i Tg non vi diranno mai – Reddito minimo di cittadinanza: il Parlamento Europeo APPROVA la proposta del M5S. Solo in Italia non se ne parla proprio…!

Reddito minimo di cittadinanza: il Parlamento Europeo approva la proposta del M5S

Con 36 voti favorevoli, 7 contrari e 4 astenuti il Parlamento Europeo dà la sua prima approvazione al reddito minimo. La proposta di Efdd-M5S verrà votata nuovamente dal 23 al 26 ottobre. L’eurodeputata Agea “Grandissimo risultato, giornata storica”.

Passa in commissione Occupazione e Affari sociali del Parlamento Europeo il rapporto del gruppo Efdd (Europa della libertà e della democrazia diretta) sul reddito minimo per i cittadini. La proposta, sostenuta dal Movimento 5 Stelle, vuole in specifico portare avanti “le politiche volte a garantire il reddito minimo come strumento per combattere la povertà”. Il rapporto Efdd- M5S è passato con 36 voti favorevoli, 7 contrari, 4 astenuti.

Dal blog del Movimento la votazione del Parlamento Europeo viene vista come primo passo per realizzare “il sogno di un reddito minimo per tutti i cittadini”. Si punta il dito poi su Italia e Grecia, unici due Paesi in Europa in cui “non esistono misure di contrasto alla povertà”.

Contenuti del Rapporto

Il rapporto chiede di istituire un fondo ad hoc per finanziare il reddito minimo. Inoltre si vuole che il reddito minimo venga calcolato sulla base del 60% della media nazionale. La proposta è anche quella di un’analisi accurata del fondo sociale europeo affinché si possa prevedere un suo utilizzo per il reddito minimo. Inoltre il documento chiede anche di pensare a una direttiva a livello europeo con misure concrete per i cittadini sotto la soglia di povertà e in povertà assoluta.

L’eurodeputata Laura Agea: “Grandissimo risultato, giornata storica”

Laura Agea, Eurodeputato M5s in commissione Occupazione e Affari sociali, parla di “grandissimo risultato”. E ancora: “È stato un report complicato perché non c’era una base comune. Questo voto dimostra che la povertà si affronta con misure come quella del reddito minimo”. E sulle votazione in Commissione da parte degli altri partiti politici italiani afferma: “La Lega non era presente al momento della votazione e ci auguriamo che in plenaria di ottobre palesi la sua posizione; Forza Italia non ha potuto esprimere un parere perché non è rappresentata in Commissione e i due collegi del Pd hanno sostenuto il report. Spero che il voto espresso dal Pd venga riconfermato in plenaria”.

Ora il testo verrà votato nella seconda plenaria di ottobre, dal 23 al 26 ottobre. Sul blog si legge: “Siamo curiosi di vedere come voteranno gli europarlamentari di Pd, Forza Italia, NDC e Lega Nord che in Italia si oppongono strenuamente al reddito di cittadinanza”.

fonte: https://www.fanpage.it/reddito-minimo-di-cittadinanza-il-parlamento-europeo-approva-la-proposta-del-m5s/
http://www.fanpage.it/

 

Ore 22,15 del 02.10.2017 – Sento l’indignazione della gente contro il “Grande Fratello” che ha squalificato Predolin perchè ha bestemmiato. Tutto questo mentre leggo dell’Operazione “piombo fuso” con cui gli israeliani trucidarono 1500 palestinesi, tra cui 432 bambini, nella totale indifferenza di tutti, e mi chiedo, ma in che cazzo di mondo stiamo vivendo?

Grande Fratello

 

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Ore 22,15 del 02.10.2017 – Sento l’indignazione della gente contro il “Grande Fratello” che ha squalificato Predolin perchè ha bestemmiato. Tutto questo mentre leggo dell’Operazione “piombo fuso” con cui gli israeliani  trucidarono 1500 palestinesi, tra cui 432 bambini, nella totale indifferenza di tutti, e mi chiedo, ma in che cazzo di mondo stiamo vivendo?

 

Non Vi tedierò con un sermone epico. Solo quattro parole.

Sono a casa mia. Dopocena. Io sono al mio Pc e mia moglie e mia figlia sono innanzi alla Tv.

Sento da lontano la tragedia che si consuma. Predolin squalificato dal “Grande Fratello” perchè ha bestemmiato. Accorro e vedo le facce dei concorrenti distrutte dal dolore. Qualcuno trattiene a stento le lacrime.

Anche i miei familiari sono costernati.

E tutto questo mentre io, povero idiota, stavo rileggendo un articolo dell’Operazione “piombo fuso” con cui gli israeliani hanno trucidarono 1500 palestinesi, tra cui 432 bambini, nella totale indifferenza del mondo intero.

Torno alla mia postazione. Ma non posso che pensare: MA IN CHE CAZZO DI MONDO DI MERDA VIVIAMO?

By Eles

Dottoressa stuprata in guardia medica: non fu violenza ma infortunio sul lavoro! …Benedette donne, state un po’ più attente… Continuate a “provocare” ora anche sul lavoro!

 

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Dottoressa stuprata in guardia medica: non fu violenza ma infortunio sul lavoro! …Benedette donne, state un po’ più attente… Continuate a “provocare” ora anche sul lavoro!

VIOLENZA CHOC

Catania, dottoressa stuprata in guardia medica: non fu violenza ma infortunio sul lavoro

Derubricata l’aggressione al medico siciliano: “Ferita un’altra volta ma dalle istituzioni”

Stuprata in guardia medica a Trecastagni nel Catanese, l’aggressione subìta dal medico diventa “infortunio sul lavoro”. Un altro choc per la dottoressa che aveva subìto una terribile violenza da parte di un giovane ventiseienne del suo stesso paese, Trecastagni. La violenza è stata derubricata dal giudice in incidente sul lavoro e lei non ci sta e denuncia: “Le istituzioni non hanno semplicemente lasciato sola me, mettendomi in pericolo e poi umiliandomi quando la mia aggressione è stata derubricata a infortunio sul lavoro. Il sistema rischia di travolgere la nostra intera professione. Siamo tutti vittime: a questo gli Ordini devono opporsi” ha detto la dottoressa di fronte a 106 presidenti degli Ordini dei medici riuniti nel consiglio della Fnomceo e ai 106 presidenti delle Commissioni Albo odontoiatri, in assemblea plenaria a Giardini Naxos (Messina).

fonte articolo QUI

Che altro aggiungere? Un Vaffanculo di cuore al giudice coglione? Purtroppo questa è l’Italia…

Ci piace ricordare la battuta de IL BASTARDO “LE DONNE CHIEDONO DI ESSERE STUPITE E I COGLIONI CAPISCONO STUPRATE”

By Eles

 

Gino Strada furioso: “Il Governo fa un atto di guerra e criminale, sui migranti bugie e ipocrisia: paga bande armate di criminali – Ignora che si sta mandando a morire esseri umani!”

Gino Strada

 

 

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Gino Strada furioso: “Il Governo fa un atto di guerra e criminale, sui migranti bugie e ipocrisia: paga bande armate di criminali – Ignora che si sta mandando a morire esseri umani!”

Gino Strada: ‘Migranti? Il Governo paga bande armate di criminali’

Gino Strada a ‘PiazzaPulita’ su La7 attacca il Governo Italiano e l’Europa sui migranti e propone alcune sue idee per risolvere la situazione.

Nella puntata di questo giovedì 28 settembre di “PiazzaPulita” su La7 è intervenuto Gino Strada, fondatore della Ong Emergency, che ha risposto alle domande del conduttore Corrado Formigli. Ecco le parti salienti di quello che ha detto.

Gino Strada: ‘Governo fa un atto di guerra e criminale, sui migranti bugie e ipocrisia: paga bande armate di criminali’

Gino Strada a proposito delle politiche del Ministro Minniti [VIDEO]e del Governo Italiano sui migranti è stato molto duro: “E’ un atto di guerra e criminale, è la continuazione di una politica che è stata più volte condannata dall’UE, ma in Italia non c’è sensibilità a questo tipo di condanne.

E’ una politica che si basa su un principio: “Noi non vogliamo i migranti” e usa bugie e ipocrisia per coprire tutto questo. Voglio essere molto esplicito: ci sono state mostrate detenzioni, uccisioni, stupri, torture, ci sono rapporti internazionali in cui si dice che l’88% dei migranti ha subito violenze e che il 40% dei bambini è stato messo ai lavori forzati. E noi cosa facciamo? Paghiamo bande armate di criminali per tenerli lontani da noi. A parte il fatto che questa politica non ha mai funzionato, perché quando si danno soldi e armi ai delinquenti, questi non li usano secondo i nostri desiderata ma secondo i loro interessi. Ma questa politica ignora che si stanno mandando a morire e a soffrire degli esseri umani”.

Gino Strada precisa la definizione di ‘sbirro’ che aveva dato al ministro Minniti

Gino Strada è anche tornato sul pesante appellativo di “sbirro” che qualche settimana fa aveva dato al ministro degli Interni: “Sono stato criticato per aver definito Minniti uno sbirro, vorrei precisare che non intendevo “poliziotto”, visto che ho una grande stima per le forze dell’ordine.

Lo sbirro è una cosa diversa, come si vede in tanti film esso è il poliziotto cinico e corrotto che usa il suo potere contro i più deboli. Non voglio dire che Minniti sia corrotto, figurarsi. Ma lo sbirro tende a risolvere militarmente in modo crudele i problemi. Se prescindo dal fatto che la mia azione politica produce morti e feriti, allora il mio modello sociale diventa Pablo Escobar, in fondo anche lui ha prodotto sviluppo, a prezzo però di molte vite umane”.

Strada: ‘Sulla questione migranti l’Europa è finita’

Gino Strada ha poi aggiunto: “Non credo che si possa fare un paragone fra questo fenomeno e la tratta degli schiavi, perché con la schiavitù le persone venivano prelevate con la forza dai propri villaggi, mentre oggi abbiamo persone che stanno scappando. I trafficanti sono gli stessi, ma allora noi per fare la lotta ai trafficanti danneggiamo i trafficati? Questi mica trasportano patate, trasportano esseri umani. La questione dei migranti ha fatto fallire il progetto dell’Europa, perché dopo aver passato 50 anni a declamare principi solenni, a spendere miliardi di euro, alla prima “prova del nove” in cui si poteva dimostrare quanto erano veri erano i diritti professati ci siamo comportati come razzisti che fanno i muri, mettono i fili spinati, che li cacciano in mare o nei campi di detenzione.

L’Europa è finita, è chiusa. Oggi non c’è un paese europeo che la pensi come un altro”.

‘Vorrei corridoi umanitari legali e sicuri, accoglienza, integrazione e abolire la Bossi-Fini’

Infine Gino Strada ha parlato di che cosa farebbe lui per risolvere la situazione: “Intanto bisogna capire che i migranti sono una ricchezza e non un problema, capire che la storia umana è una storia di migrazioni e di popoli che si muovono per cercare di migliorare la propria vita. Ma qualcuno del Governo italiano è andato a vedere come questa gente vive la propria vita? Minniti cosa ha visto della vita quotidiana di questi? Non si vuol capire che i migranti sono una ricchezza. Non si tratta di farli arrivare tutti perché non tutti vogliono venire: starebbero benissimo a casa loro se le condizioni glielo permettessero. Ma se i paesi occidentali fanno le guerre in giro per il mondo (ce ne sono state 245 dal Dopoguerra a oggi) ma poi non ne accettano le conseguenze. Quello che io contesto a tutta la classe politica da destra a sinistra, non tanto al signor Minniti, è che la pensano tutti uguali sul tema migranti: sono disposti a infliggere sofferenze e morte a persone lontane per tenere il loro fortino, per avere un giardino europeo in cui non entrano i neri. Io vorrei vedere dei corridoi umanitari legali e sicuri, accoglienza e integrazione, bisognerebbe abolire quella legge infame che è la Bossi-Fini, e considerare tutte le persone come detentrici di diritti”.

Ecco l’accusa di Gino Strada

 

Ecco l’intero intervento di Gino Strada

 

fonti:

  • Youtube
  • http: //it.blastingnews.com/politica/2017/09/gino-strada-migranti-il-governo-paga-bande-armate-di-criminali-002047979.html

 

 

 

 

Pro memoria per i giovani che si dicono “fascisti”, ma non sanno manco di che parlano: “Nessuno dei duecento bambini è mai tornato”.

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Pro memoria per i giovani che si dicono “fascisti”, ma non sanno manco di che parlano: “Nessuno dei duecento bambini è mai tornato”.

Nessuno dei duecento bambini è mai tornato.

Il 27 Settembre 1943 iniziava la raccolta dei 50 chili d’oro da parte degli ebrei di Roma,da consegnare ai nazisti in cambio della loro incolumità. Ma era solo un altro inganno, perché il 16 ottobre del 1943, il “sabato nero” del ghetto di Roma, alle 5.15 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano 1022 persone, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di sterminio di Auschwitz in territorio polacco. Solo quindici uomini e una donna (Settimia Spizzichino) ritorneranno a casa dalla Polonia.

di Alfredo Caputo