Buon compleanno Grande Gino – A 104 anni dalla nascita vogliamo ricordarlo con una fantastica storia di sport e non solo: Quando Bartali vinse il Tour e salvò l’Italia dalla guerra civile

 

Bartali

 

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Buon compleanno Grande Gino – A 104 anni dalla nascita vogliamo ricordarlo con una fantastica storia di sport e non solo: Quando Bartali vinse il Tour e salvò l’Italia dalla guerra civile

 

Quando Bartali vinse il Tour e salvò l’Italia dalla guerra civile

Dopo l’attentato a Togliatti nel paese c’erano tumulti. E De Gasperi chiamò ‘ginaccio’ pregandolo di fare un’impresa che avrebbe aiutato a placare gli animi

In una sala dell’albergo di Cannes, hanno allestito la sala stampa italiana. Ci sono molti giornalisti, qualcuno che detta al telefono nelle cabine, altri chiedono di avere la linea per Roma.
Si sente un giornalista che detta ad alta voce, poi improvvisamente la abbassa, chiude la cabina per parlare ancora ad alta voce: «…non senti? Non posso parlare più forte… cerca di capirmi! Te lo detto di nuovo: forse ci eravamo illusi tutti quando avevamo pensato che Gino Bartali avrebbe potuto ripetere l’impresa del 1938. Ora ci sono dieci anni di più, e sei anni di inattività, senza contare che 22 minuti di distacco sono veramente tanti. Per il Tour temiamo che tutto sarà rimandato ai prossimi anni, quando Fausto Coppi si deciderà a parteciparvi. Sappia Fausto che soltanto la Grande Boucle può consacrare un campione! Mettici la firma e poi una nota di servizio per il Caporedattore: Penso che sia il caso di rientrare in Italia, perché qui non avrei più nulla da fare. Attendo istruzioni…»
Da una cabina esce improvvisamente un giornalista che si mette a urlare: «Hanno sparato a Togliatti! Hanno sparato a Togliatti!»
Tutti i giornalisti entrano in agitazione, le domande e le illazioni si rincorrono: “chi gli ha sparato? Quando? È morto? No, lo hanno portato all’ospedale. Lo hanno colpito alla testa.”
Il giornalista dell’Unità si mette a urlare: «Siete stati voi, con la vostra campagna di odio che avete armato la mano dell’assassino». Altri gli rispondono per le rime, dando vita ad una esagitata discussione politica.
Tutti chiedono Roma, vogliono sapere. La sala stampa è diventata un vera e propria bolgia
Bartali che è ancora nel ristorante e sta chiacchierando con i suoi compagni di squadra, sente le urla provenienti dalla sala stampa. Tutti si alzano e escono.
Bartali entra in sala stampa. Si informa dell’accaduto. Pochi gli danno retta. Nessuno sembra più essere interessato a lui e al Giro di Francia.
Arrivano le prime telefonate da Roma. Un giornalista esce dalla cabina e dice: «In Italia c’è la rivoluzione. Il giornale mi ha detto di rientrare subito!»
Quasi tutti i giornalisti si alzano in piedi. Molti lasciano la sala stampa.
Gino rientra prima nella hall, poi decide di ritirarsi in camera sua. Si deve riposare perché domani c’è una tappa molto impegnativa.
Gino sta sdraiato sul letto della sua camera d’albergo. Sta leggendo un giornale, mentre un massaggiatore gli massaggia le gambe.
Bussano alla porta della camera.
«Monsieur Bartalì, au telephone, de l’Italie…».
«J’arrive tout suite», dice Gino mentre si infila un paio di pantaloni.
Gino scende le scale a piedi, senza aspettare l’ascensore, pensa ad una telefonata di Adriana.
Il portiere gli indica la cabina dove ha passato la comunicazione.
Gino vi entra trafelato prende la cornetta e urla “Adriana!”
«Il signor Bartali?» chiede una voce dall’altra parte del filo.
«Sono io…», dice Gino.
«Telefonata di Stato, le passo il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, l’onorevole Giulio Andreotti…» Gino è ammutolito.
«Gino, sono Andreotti, come sta?», chiede Andreotti.
«Di salute sto benissimo, di morale meno, con questo schifo di classifica…», risponde Gino.
«Stia su con il morale, Gino, le passo il Presidente De Gasperi».
Gino è stupito: De Gasperi in persona vuole parlare con lui e vuole sapere come si presenta la situazione.
«Domani c’è la prima tappa alpina, ci sono tre colli molto duri da scalare, proverò a vincere…», dice Gino.
«Pensa di prendere la maglia gialla?» chiede De Gasperi.
«Mi sembra molto difficile. Come si fa a recuperare quasi 22 minuti di distacco in una sola tappa!», risponde Gino.
«Ci provi Gino, faccia tutto quello che può, perché qui c’è tanta confusione»
«Ma che cosa è successo, come sta Togliatti?» chiede Gino.
«Un pazzo gli ha sparato all’uscita di Montecitorio. Ora Togliatti è in ospedale. Speriamo bene. Per lui non possiamo fare altro che pregare, ma per l’Italia tutti dobbiamo fare qualche cosa per evitare la guerra civile. Tutti, anche lei, Bartali…» dice De Gasperi.
«E io che cosa posso fare, Presidente?» lo interrompe Gino.
«Lei può fare molto, moltissimo. Una sua vittoria ci darebbe una mano per calmare gli animi. La ringrazio per quello che potrà fare», conclude De Gasperi.
Bartali esce dalla cabina telefonica. Si attacca al telefono interno e comincia a chiamare tutti i compagni, chiama anche Binda.
«Vi devo parlare, è urgente», dice.
I corridori italiani cominciano ad arrivare. Qualcuno stava già dormendo. Binda è addirittura in pigiama.
«Mi ha telefonato il Presidente De Gasperi» dice Gino «mi ha detto che in Italia siamo sull’orlo della guerra civile. Una mia vittoria domani sarebbe importante per calmare gli animi…»
«…quindi?», chiede Binda.
«Quindi, domani si vince. Vi voglio tutti vicini. Poi a turno, noi italiani ci buttiamo all’attacco. Dobbiamo costringere Bobet a inseguirci, lo dobbiamo stancare. Al primo colle, già sul Vars deve essere cotto a puntino. Poi, esco fuori io con il mio passo e cerco di staccarlo il più possibile. Lei Binda…»
Binda è stupito ma anche felice per la determinazione di Gino che soltanto poche ore fa sembrava rassegnato a perdere il Tour.
«…lei Binda, mi stia sempre vicino con l’ammiraglia, e porti tante ruote perché si forerà parecchio su quelle strade. E domani Pinella, il meccanico, deve battere tutti i record nel cambio della ruota» dice Gino.
«Stai tranquillo, Gino, ti staremo tutti vicino. Faremo tutti la nostra corsa, per te» dice Binda.
«No, non per me, domani dobbiamo correre tutti per l’Italia, per il nostro Paese in pericolo. Siete d’accordo?» chiede Gino quasi urlando.
Tutti gridano “sì”.
Un attimo di silenzio poi Corrieri intona l’Inno di Mameli. Tutti gli vanno dietro. Il personale dell’albergo si è radunato tutto nella hall e guarda sorpreso e divertito.

A Roma, alla Galleria Colonna, il luogo delle discussioni e dove si attendono le notizie si è radunata una folla che parla di politica, soprattutto del fatto del giorno: l’attentato a Palmiro Togliatti.
Gli strilloni urlano i titoli dei giornali della sera.
Dalla strada arrivano le sirene della celere, le urla delle persone che scappano.
Il bar Berardo ha messo degli altoparlanti che trasmettono i programmi radiofonici. Nessuno ci bada.
L’uccellino della radio che annuncia l’inizio di un nuovo programma.
L’annunciatore: “ci colleghiamo con Briançon per trasmettervi la radiocronaca dell’arrivo della quindicesima tappa del Tour de France, Cannes-Briançon”.
Il radiocronista: “amici sportivi all’ascolto, una grande notizia. Gino Bartali, il capitano della squadra italiana, in ritardo dalla maglia gialla Louison Bobet di oltre venti minuti, ha staccato tutti sulle salite dell’Izoard e sta per presentarsi in perfetta solitudine sul traguardo di Briançon…”
Il pubblico comincia a prestare attenzione, via via che la radiocronaca va avanti.
“…eccolo il nostro grande campione che taglia il traguardo. Il pubblico francese è ammutolito. Ora scattano i cronometri, vedremo quanto distacco Bartali è riuscito ad infliggere alla maglia gialla Bobet.”
Il pubblico diventa sempre più attento. Sono sempre di più quelli che hanno smesso di discutere di politica e che ora si sono messi a parlare di Gino Bartali…
“ecco vediamo sullo sfondo una maglia gialla che spinge disperatamente sui pedali… ecco ora Bobet taglia il traguardo. Si bloccano i cronometri. Attenzione…”
Nessuno parla più di politica, nella Galleria c’è un silenzio assoluto di attesa.
“Gino Bartali è maglia gialla…!!!!»
La gente urla. Grida “viva Bartali”…

 

 

 

 

fonte: https://www.globalist.it/sport/2018/07/14/quando-bartali-vinse-il-tour-e-salvo-l-italia-dalla-guerra-civile-2027879.html

90 anni fa nasceva Don Andrea Gallo – Lo vogliamo ricordare con la sua fantastica lettera all’amico Fabrizio de André appena scomparso: Caro Faber. Per Fabrizio De André

 

Don Andrea Gallo

 

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90 anni fa nasceva Don Andrea Gallo – Lo vogliamo ricordare con la sua fantastica lettera all’amico Fabrizio de André appena scomparso: Caro Faber. Per Fabrizio De André

 

Dal libro di don Andrea Gallo, “In cammino con Francesco”:

Caro Faber. Per Fabrizio De André

di don Andrea Gallo, Genova, 14 gennaio 1999
Caro Faber,

da tanti anni canto con te, per dare voce agli ultimi, ai vinti, ai fragili, ai perdenti. Canto con te e con tanti ragazzi in Comunità.
Quanti «Geordie» o «Michè», «Marinella» o «Bocca di Rosa» vivono accanto a me, nella mia città di mare che è anche la tua. Anch’io ogni giorno, come prete, «verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e fame». Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo, non solo tra le mura del Tempio, ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell’esclusione.
E ho scoperto con te, camminando in via del Campo, che «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».
La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza.

Abbiamo riscoperto tutta la tua «antologia dell’amore», una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l’aspirazione alla libertà.
E soprattutto, il tuo ricordo, le tue canzoni, ci stimolano ad andare avanti.
Caro Faber, tu non ci sei più ma restano gli emarginati, i pregiudizi, i diversi, restano l’ignoranza, l’arroganza, il potere, l’indifferenza.
La Comunità di san Benedetto ha aperto una porta in città. Nel 1971, mentre ascoltavamo il tuo album, Tutti morimmo a stento, in Comunità bussavano tanti personaggi derelitti e abbandonati: impiccati, migranti, tossicomani, suicidi, adolescenti traviate, bimbi impazziti per l’esplosione atomica.

Il tuo album ci lasciò una traccia indelebile. In quel tuo racconto crudo e dolente (che era ed è la nostra vita quotidiana) abbiamo intravisto una tenue parola di speranza, perché, come dicevi nella canzone, alla solitudine può seguire l’amore, come a ogni inverno segue la primavera [«Ma tu che vai, ma tu rimani / anche la neve morirà domani / l’amore ancora ci passerà vicino / nella stagione del biancospino», da L’amore, ndr].
È vero, Faber, di loro, degli esclusi, dei loro «occhi troppo belli», la mia Comunità si sente parte. Loro sanno essere i nostri occhi belli.
Caro Faber, grazie!

Ti abbiamo lasciato cantando Storia di un impiegatoCanzone di Maggio. Ci sembrano troppo attuali. Ti sentiamo oggi così vicino, così stretto a noi. Grazie.

E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezz
a, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Caro Faber, parli all’uomo, amando l’uomo. Stringi la mano al cuore e svegli il dubbio che Dio esista.
Grazie.
Le ragazze e i ragazzi con don Andrea Gallo,
prete da marciapiede

15 luglio 1938 – 15 luglio 2018 – 80 anni dal “Manifesto degli scienziati italiani razzisti”. Ma, in fondo, non è che sia cambiato poi così tanto…!

 

italiani razzisti

 

 

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15 luglio 1938 – 15 luglio 2018 – 80 anni dal “Manifesto degli scienziati italiani razzisti”. Ma, in fondo, non è che sia cambiato poi così tanto…!

 

Il Manifesto degli scienziati razzisti

 

Nota su fascismo e razzismo

La politica razzista del fascismo prese avvio ufficialmente quando il Consiglio dei Ministri approvò (Aprile 1938) uno schema di decreto-legge per la costruzione a Roma della sede dell’Istituto per la bonifica umana e l’ortogenesi.
Tra il 6 e il 7 Ottobre 1938, il Gran Consiglio del Fascismo approvò una dichiarazione in cui si stabiliva il divieto di matrimoni di italiani e italiane “con elementi appartenenti alle razze camita, semita, e altre razze non ariane” e inoltre il divieto per i dipendenti pubblici di sposare straniere “di qualsiasi razza”. Si faceva poi divieto di ingresso in Italia agli ebrei stranieri e si decretava l’espulsione degli ebrei stranieri di età inferiore ai 65 anni.
I primi provvedimenti contro gli ebrei furono presi dal ministro dell’Educazione Nazionale, Giuseppe Bottai, che vietò l’iscrizione di ebrei stranieri nelle scuole italiane ed escluse gli ebrei da ogni incarico di insegnamento, raccomandando che il giornale, La Difesa della Razza, fosse diffuso e letto attentamente nelle scuole e nelle università.

 


 

Il “Manifesto degli scienziati razzisti” o “Manifesto della Razza” fu pubblicato in forma anonima sul Giornale d’Italia il 15 Luglio 1938 sotto il titolo “Il Fascismo e i problemi della razza”.

Successivamente, in data 25 Luglio 1938, il segretario del Partito Nazionale Fascista, Achille Storace, attraverso la sua segreteria politica fece pubblicare il seguente comunicato:

Il ministro Segretario del Partito ha ricevuto un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle Università italiane, che hanno sotto l’egida del Ministero della Cultura popolare redatto o aderito alle proposizioni che fissano la base del razzismo fascista. Erano presenti i fascisti

dott. Lino Businco, assistente di patologia generale nell’Università di Roma,
prof. Lidio Cipriani, incaricato di antropologia nell’Università di Firenze direttore del Museo Nazionale di antropologia ed etnologia di Firenze,
prof. Arturo Donaggio, direttore della clinica neuropsichiatrica dell’Università di Bologna, presidente della Società italiana di psichiatria,
dott. Leone Franzí, assistente nella clinica pediatrica dell’Università di Milano,
prof. Guido Landra, assistente di antropologia nell’Università di Roma,
sen. Nicola Pende, direttore dell’Istituto di patologia speciale medica dell’Università di Roma,
dott. Marcello Ricci, assistente di zoologia all’Università di Roma,
prof. Franco Savorgnan, ordinario di demografia nell’Università di Roma, presidente dell’Istituto centrale di statistica,
on. prof. Sabato Visco, direttore dell’Istituto di fisiologia generale dell’Università di Roma e direttore dell’Istituto nazionale di biologia presso il Consiglio nazionale delle ricerche,
prof. Edoardo Zavattari, direttore dell’Istituto di zoologia dell’Università di Roma.

Alla riunione ha partecipato il ministro della Cultura Popolare [Dino Alfieri].

 Il Segretario del Partito, mentre ha elogiato la precisione e la concisione delle tesi ha ricordato che il Fascismo fa da sedici anni praticamente una politica razzista che consiste, attraverso l’azione delle istituzioni del Regime, nel realizzare un continuo miglioramento quantitativo e qualitativo della razza. Il Segretario del Partito ha soggiunto che il Duce parecchie volte, nei suoi scritti e discorsi, ha accennato alla razza italiana quale appartenente al gruppo cosiddetto degli indo-europei.

 Anche in questo campo il Regime ha seguito il suo indirizzo fondamentale: prima l’azione, poi la formulazione dottrinaria la quale non deve essere considerata accademica cioè fine a se stessa, ma come determinante un’ulteriore precisazione politica. Con la creazione dell’Impero la razza italiana è venuta in contatto con altre razze, deve quindi guardarsi da ogni ibridismo e contaminazione. Leggi «razziste» in tale senso sono già state elaborate e applicate con fascistica energia nei territori dell’Impero.

 Quanto agli ebrei, essi si considerano da millenni, dovunque e anche in Italia, come una «razza» diversa e superiore alle altre, ed è notorio che nonostante la politica tollerante del Regime gli ebrei hanno, in ogni Nazione, costituito – coi loro uomini e coi loro mezzi – lo stato maggiore dell’antifascismo.

 Il Segretario del Partito ha infine annunciato che l’attività principale degli Istituti di cultura fascista nel prossimo anno XVII sarà l’elaborazione e diffusione dei principi fascisti in tema di razza, principi che hanno già sollevato tanto interesse in Italia e nel mondo”.

 

Al comunicato faceva seguito il testo del “Manifesto degli scienziati razzisti” che sarebbe stato poi pubblicato il 5 Agosto 1938 nel primo numero della Rivista La Difesa della Razza diretta da Telesio Interlandi.

Successivamente era reso noto un elenco di ben 1800 uomini di scienza e di cultura italiani che aderivano alle tesi del manifesto.

Il 5 Ottobre 1939 il prof. Nicola Pende smentirà di avere dato la sua adesione al Manifesto.

 


 

1. Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi.

Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.

2. Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici  minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.

3. Il concetto di razza è concetto puramente  biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.

4. La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L’origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell’Europa.

5. È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. Dopo l’invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l’Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d’Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio.

6. Esiste ormai una pura “razza italiana”. Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.

7. È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee; questo vuol dire elevare l’Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.

8. È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l’origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.

9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.

10. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo. L’unione è ammissibile solo nell’ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.

 

Lo straniero da Omero a Ovidio: quando l’ospite era sacro e non si lasciava annegare in mare – Ma “loro” erano civili…

 

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Lo straniero da Omero a Ovidio: quando l’ospite era sacro e non si lasciava annegare in mare – Ma “loro” erano civili…

 

Lo straniero da Omero a Ovidio: quando l’ospite era sacro e non si lasciava annegare in mare

L’antichità ci ha lasciato diversi esempi di quello che doveva essere il rapporto, sempre complesso, con lo straniero venuto da lontano. In poesia, ad esempio, Omero e Ovidio ci raccontano di come l’ospite fosse sacro, sollevando una domanda profondamente attuale su chi siamo e non tanto su chi sia lo straniero.

Esiste una figura che da sempre inquieta e tormenta l’uomo: l’Altro. Quello che oggi, con paura, chiamiamo “straniero”. E così come questo termine ha una lunga storia e svariate declinazioni, anche il tipo di rapporto che abbiamo scelto di avere con esso è mutato, conservando però il suo carattere estremamente contraddittorio. Una contraddizione propria delle radici più profonde della nostra stessa cultura: ce lo insegnano anche i grandi poeti dell’antichità, come Omero e Ovidio.

Nelle sue Metamorfosi Ovidio ci raccontala vicenda di Filemone e Bauci, due anziani sposi che trascorrono umilmente gli ultimi anni di vita in una capanna di paglia e fango in una remota località della Frigia. Alla loro porta, un giorno, si presentano due malconci viandanti, chiedendo cibo e un riparo per la notte: nonostante la loro estrema povertà, i due vecchi accolgono gli uomini con tutti gli onori possibili, sacrificando anche l’unica oca in loro possesso per poter offrire agli uomini un pasto caldo.

I vagabondi si riveleranno essere Zeus ed Ermete. Filemone e Bauci erano stati gli unici, in tutta la regione, ad accoglierli secondo il costume sacro dell’ospitalità. Gli dei scelgono di salvare i due coniugi dall’alluvione che si abbatte sugli empi concittadini, trasformando la loro capanna in un magnifico tempio e concedendo loro di dimorarvi quali sacerdoti e, dopo anni, trasformandoli in alberi che resteranno perennemente a guardia del tempio voluto dagli dei proprio in onore di quell’ospitalità che tutti gli altri avevano negato loro.

Un altro esempio del posto sacro riservato all’Altro nell’antichità ci viene dall’Odissea: in più di un’occasione Ulisse da vagabondo si trasforma in ospite. Una prima volta grazie a Nausicaa: sarà proprio la fanciulla, figlia del re dei Feaci, ad invitare le proprie ancelle a non fuggire dinanzi a quell’uomo giunto dal mare bensì ad offrirgli cibo, abiti e rifugio, affermando che “poiché alla nostra città, alla nostra terra sei giunto, non ti mancheranno le vesti né nessun’altra cosa di ciò che è giusto che riceva un supplice infelice”.

Ma l’ospitalità così sacra ai Feaci verrà violata in modo brutale quando Ulisse giungerà da Polifemo. E non è un caso che ad infrangere le regole ospitali sia un mostro antropofago, che divora l’equipaggio di Ulisse: il suo comportamento si fa metafora dell’abbrutimento dell’uomo che rifiuta l’altro rimanendo chiuso nella sua solitudine provocata, peraltro, dalla sua stessa mostruosa diversità.

Partire dal mito e scegliere: essere Nausicaa o Polifemo?
Nonostante questi poetici esempi l’antichità stessa è stata, nei confronti dell’Altro, sempre profondamente contraddittoria. Il mito infatti trasfigura il reale, idealizzando tutta una serie di valori che nella pratica politica e sociale delle poleis greche era ben più complessa: parallelamente alla legittimazione “mitica” dell’ospitalità l’uomo greco riteneva altrettanto sacra l’autoctonia. Lo straniero doveva sì essere ospite, ma allo stesso tempo egli restava sempre anche “diverso” e, in qualche modo, inferiore. Lo era lo xenos, straniero in quanto proveniente da un’altra città stato, e lo era ancor di più il barbaros, colui che non apparteneva alla grecità.

L’orizzonte entro il quale ci muoviamo oggi discende anche da tale complessità, e a meno di non scegliere di recidere di netto il legame con queste categorie rimaniamo costretti a farci i conti: forse, almeno inizialmente, il problema non è tanto guardare a chi sia lo straniero, l’Altro, il diverso; il problema non è tentare di trovare in lui la minaccia ad una libertà di cui non comprendiamo nemmeno il significato. Il problema è quello di decidere chi vogliamo essere noi: Nausicaa, o Polifemo?

fonte: https://www.fanpage.it/lo-straniero-da-omero-a-ovidio-quando-lospite-era-sacro-e-non-si-lasciava-annegare-in-mare/
http://www.fanpage.it/

Terrorismo? Gli Stati Uniti lanciano una bomba ogni 12 minuti in qualche parte del mondo a loro piacimento, ma nessuno ne parla!

Stati Uniti

 

 

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Terrorismo? Gli Stati Uniti lanciano una bomba ogni 12 minuti in qualche parte del mondo a loro piacimento, ma nessuno ne parla!

 

Gli USA lanciano una bomba ogni 12 minuti in qualche parte del mondo ma nessuno ne parla

Quasi nessuno nel Congresso o nella Presidenza cerca di contenere le nostre 121 bombe giornaliere che sganciamo in varie parti del mondo. Non c’è alcun media che denuncia tutto questo e la gente non è interessata a sapere quanto avviene.
Noi americani viviamo in uno stato di giuerra perpetua e non ne siamo consapevoli.

Mentre tu stai preparandoti il gelato in un luogo ameno dove ti vai a sedere per per gustarlo o mentre ti stai accingendo a mangiare una cotoletta di pollo, qualcuno viene bombardato in tuo nome. Mentre tu discuti con la ragazzetta di 17 anni nel cinema che ti ha regalato una piccola colombella, qualcuno (uomo, donna o bambino) viene cancellato dalla faccia della terra in tuo nome. Mentre noi dormiamo, mangiamo facciamo all’amore e proteggiamo i nostri occhi in un giorno di sole, a casa, in famiglia, la vita ed il corpo di qualcuno viene fatto in mille pezzi da una bomba americana lanciata a nostro nome.

Una volta ogni 12 minuti

L’Esercito degli Stati Uniti lancia una bomba  esplosiva, con una forza che puoi appena comprendere, una volta ogni 12 minuti. E questo è strano, perchè tecnicamente noi adesso non dovremmo essere in guerra con nessuno paese. Allora questo dovrebbe significare che dovrebbero cadere zero bombe, non è vero?
Diavolo! Non è così. Ho commesso l’errore comune di confondere il nostro mondo con una specie di mondo razionale e convincente in cui il nostro complesso militare industriale si trova sotto controllo, dove l’industria della musica si basa sul merito e sul talento, dove  i Lego hanno i bordi arrotondati (in modo che quando ci passi sopra scalzo non ti senti punto fino all’estremità), e gli umani combattono con il cambiamento climatico come adulti in vece di sotterrare le nostre teste nella sabbia mentre cerchiamo di convincerci che la sabbia intorno a noi non si stia surriscaldando troppo.

Stai pensando ad un mondo razionale. Noi non viviamo in quello

Invece, viviamo in un mondo in cui il Pentagono è completamente e del tutto fuori controllo. Qualche settimana fa, ho scritto dei $ 21 trilioni (che non è un errore di battitura) che non sono stati registrati al Pentagono. Ma non sono entrato nel numero di bombe che si comprano con  una quantità ridicola di denaro . I militari del presidente George W. Bush hanno lanciato 70.000 bombe su cinque paesi. Ma di quel numero oltraggioso, solo 57 di quelle bombe hanno davvero sconvolto la comunità internazionale.

Perché ci sono stati 57 bombardamenti in Pakistan, Somalia e paesi come lo Yemen, gli Stati Uniti non erano né in guerra né in conflitto con questi paesi. E il mondo era piuttosto inorridito. C’erano un sacco di discorsi che dicevano qualcosa tipo “Aspetta un attimo. Stiamo bombardando in paesi al di fuori delle zone di guerra?

È possibile che si tratti di un pendio scivoloso dove stiamo finendo noi, bombardando per tutto il dannato tempo? (Pausa imbarazzante.) … Nah. Qualsiasi presidente segua Bush sarà una normale persona adulta (con una sorta di tronco funzionale di cervello) e quindi fermerà questa follia. ”

Vedi: Youtube.com/Watch

All’epoca eravamo così carini e ingenui, come un gattino quando si sveglia per la prima volta al mattino.

Il “Bureau of Investigative Journalism”, nella sua inchiesta,  ha riferito che sotto il presidente Barack Obama ci sono stati “563 bombardamenti in gran parte fatti da droni, che hanno preso di mira Pakistan, Somalia e Yemen. ...”

Non è solo il fatto che i bombardamenti al di fuori di una zona di guerra sono un’orribile violazione del diritto internazionale e delle norme globali. È anche il bersaglio moralmente reprensibile delle persone per il pre-crimine , che è quello che stiamo facendo ed è quello per cui il film di Tom Cruise “Minority Report” ci ha messo in guardia. (Gli umani sono molto cattivi nel prendere il consiglio delle distopie fantascientifiche).

Se avessimo ascoltato “1984”, non avremmo permesso l’esistenza dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale. Se ascoltassimo “The Terminator”, non avremmo permesso l’esistenza della guerra dei droni. E se avessimo ascoltato “The Matrix”, non avremmo permesso alla grande maggioranza degli umani di perdersi in una realtà virtuale di spettacolo e insensate sciocchezze mentre gli oceani muoiono in una palude di rifiuti di plastica. … (Ma sai, chi sta raccontando questo?)

C’era fondamentalmente un blackout mediatico mentre Obama era presidente. Potresti contare da un lato sul numero dei principali resoconti dei media sulle campagne di bombardamento quotidiane del Pentagono sotto Obama. E anche quando i media lo hanno menzionato, il sentimento di fondo è stato, “Sì, ma guarda quanto è delicato Obama mentre sta facendo del male alla distruzione senza fine. È come Steve McQueen della morte aerea. ”

E prendiamoci un momento per cancellare l’idea che le nostre “armi avanzate” colpiscono solo i cattivi. Come ha affermato David DeGraw , “Secondo i documenti della CIA, le persone sulla” lista delle uccisioni “, che erano state prese di mira come” droni da eliminazione “, rappresentavano solo il 2% delle morti causate dagli attacchi dei droni”.

Due percento . Davvero, il Pentagono? Hai un due sul test? Ottieni cinque punti solo per eseguire il compito correttamente nel tuo nome.

Ma quelle 70.000 bombe lanciate da Bush – era un gioco da ragazzi. DeGraw di nuovo: “[Obama] ha lanciato 100.000 bombe in sette paesi. Ha superato il fuoco di  Bush con 30.000 bombe e 2 paesi in più“

Devi ammettere che è impressionantemente orribile. Ciò mette Obama in un gruppo molto elitario di vincitori del premio Nobel per la pace che hanno ucciso molti civili innocenti. Le riunioni sono per la maggior parte fatte  solo con  lui e Henry Kissinger che indossano piccole targhette con nomi disegnati a mano e mangiano uova alla diavola.

Tuttavia, ora sappiamo che l’amministrazione di Donald Trump fa vergognare tutti i precedenti presidenti. I numeri del Pentagono mostrano che durante gli otto anni trascorsi da George W. Bush, questi  fece una media di 24 bombe sganciate al giorno, ovvero 8.750 l’anno. Nel corso del periodo in cui Obama era in carica, i suoi militari hanno sganciato 34 bombe al giorno, 12.500 all’anno. E nel primo anno in carica di Trump , questo ha fatto una media di 121 bombe sganciate al giorno, per un totale annuale di 44.096.

L‘esercito di Trump ha lasciato cadere 44.000 bombe nel suo primo anno di mandato.

Trump ha praticamente tolto i guanti dal Pentagono, ha tolto il guinzaglio da un cane già rabbioso. Quindi il risultato finale è un esercito che si sta comportando come se  Lil Wayne si fosse conrontato  con Conor McGregor . Distogli lo sguardo per un minuto, guarda indietro, e pensi “Che cazzo hai fatto? Ero sparito per un secondo! ”

Sotto Trump, cinque bombe vengono lanciate all’ora, ogni ora di ogni giorno. Questo è in media su una bomba ogni 12 minuti.

E quello che è più oltraggioso: la quantità pazzesca di morte e distruzione che stiamo creando in tutto il mondo, o il fatto che i tuoi media mainstream fondamentalmente non lo indaghino MAI ? Parlano dei difetti di Trump. Dicono che sia un idiota razzista, dalla testa bulbosa e egocentrica (che è del tutto accurato), ma non criticano il perpetuo massacro di Amityville che i nostri militari perpetrano facendo cadere una bomba ogni 12 minuti, nella maggior parte dei casi uccidendo nel 98% degli obiettivi.

Quando hai un Dipartimento della Guerra con un budget completamente non controllabile – come abbiamo visto con i 21 trilioni di dollari – e hai un presidente che non ha interesse a sorvegliare la quantità di morte che procura il Dipartimento della Guerra, allora finisci per far cadere così tante bombe che il Pentagono ha riferito che siamo rimasti a corto di bombe .

Oh mio Dio. Se finiremo le nostre bombe, come fermeremo tutti quei civili innocenti …….dall’agricoltura? Pensa a tutte le capre che saranno autorizzate a vivere i loro giorni.

E, come per i 21 trilioni di dollari, il tema sembra essere “inspiegabile”.

Fonte: News Front

Traduzione: Sergei Leonov

8 luglio 1978 – 8 luglio 2018. Esattamente 40 anni fa Sandro Pertini veniva eletto come nostro Presidente – Ricordiamolo con il suo fantastico discorso “Essere antifascisti è…”

 

Sandro Pertini

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8 luglio 1978 – 8 luglio 2018. Esattamente 40 anni fa Sandro Pertini veniva eletto come nostro Presidente – Ricordiamolo con il suo fantastico discorso “Essere antifascisti è…”

 

Essere antifascisti è… (Sandro Pertini)

Discorso pronunciato a Genova da Sandro Pertini il 28 giugno 1960, durante una manifestazione di protesta a cui parteciparono 30mila persone per impedire lo svolgimento del VI Congresso del Movimento Sociale Italiano nella città Medaglia d’Oro della Resistenza.

***

Gente del popolo, partigiani e lavoratori, genovesi di tutte le classi sociali. Le autorità romane sono particolarmente interessate e impegnate a trovare coloro che esse ritengono i sobillatori, gli iniziatori, i capi di queste manifestazioni di antifascismo. Ma non fa bisogno che quelle autorità si affannino molto: ve lo dirò io, signori, chi sono i nostri sobillatori, eccoli qui, eccoli accanto alla nostra bandiera: sono i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell’Olivetta e di Cravasco, sono i torturati della casa dello Studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori. Nella loro memoria, sospinta dallo spirito dei partigiani e dei patrioti, la folla genovese è scesa nuovamente in piazza per ripetere “no” al fascismo, per democraticamente respingere, come ne ha diritto, la provocazione e l’offesa.

Io nego – e tutti voi legittimamente negate – la validità della obiezione secondo la quale il neofascismo avrebbe diritto di svolgere a Genova il suo congresso. Infatti, ogni atto, ogni manifestazione, ogni iniziativa, di quel movimento è una chiara esaltazione del fascismo e poiché il fascismo, in ogni sua forma è considerato reato dalla Carta Costituzionale, l’attività dei missini si traduce in una continua e perseguibile apologia di reato.

Si tratta del resto di un congresso che viene qui convocato non per discutere, ma per provocare, per contrapporre un vergognoso passato alla Resistenza, per contrapporre bestemmie ai valori politici e morali affermati dalla Resistenza.

Ed è ben strano l’atteggiamento delle autorità costituite le quali, mentre hanno sequestrato due manifesti che esprimevano nobili sentimenti, non ritengono opportuno impedire la pubblicazione dei libelli neofascisti che ogni giorno trasudano il fango della apologia del trascorso regime, che insultano la Resistenza, che insultano la Libertà.

Dinanzi a queste provocazioni, dinanzi a queste discriminazioni, la folla non poteva che scendere in piazza, unita nella protesta, né potevamo noi non unirci ad essa per dire no come una volta al fascismo e difendere la memoria dei nostri morti, riaffermando i valori della Resistenza.

Questi valori, che resteranno finché durerà in Italia una Repubblica democratica sono: la libertà, esigenza inalienabile dello spirito umano, senza distinzione di partito, di provenienza, di fede. Poi la giustizia sociale, che completa e rafforza la libertà, l’amore di Patria, che non conosce le follie imperialistiche e le aberrazioni nazionalistiche, quell’amore di Patria che ispira la solidarietà per le Patrie altrui.

La Resistenza ha voluto queste cose e questi valori, ha rialzato le glorie del nostro nuovamente libero paese dopo vent’anni di degradazione subita da coloro che ora vorrebbero riapparire alla ribalta, tracotanti come un tempo. La Resistenza ha spazzato coloro che parlando in nome della Patria, della Patria furono i terribili nemici perché l’hanno avvilita con la dittatura, l’hanno offesa trasformandola in una galera, l’hanno degradata trascinandola in una guerra suicida, l’hanno tradita vendendola allo straniero.

Noi, oggi qui, riaffermiamo questi principi e questo amor di patria perché pacatamente, o signori, che siete preposti all’ordine pubblico e che bramate essere benevoli verso quelli che ho nominato poc’anzi e che guardate a noi, ai cittadini che gremiscono questa piazza, considerandoli nemici della Patria, sappiate che coloro che hanno riscattato l’Italia da ogni vergogna passata, sono stati questi lavoratori, operai e contadini e lavoratori della mente, che noi a Genova vedemmo entrare nelle galere fasciste non perché avessero rubato, o per un aumento di salario, o per la diminuzione delle ore di lavoro, ma perché intendevano battersi per la libertà del popolo italiano, e, quindi, anche per le vostre libertà.

E’ necessario ricordare che furono quegli operai, quegli intellettuali, quei contadini, quei giovani che, usciti dalle galere si lanciarono nella guerra di Liberazione, combatterono sulle montagne, sabotarono negli stabilimenti, scioperarono secondo gli ordini degli alleati, furono deportati, torturati e uccisi e morendo gridarono “Viva l’Italia”, “Viva la Libertà”. E salvarono la Patria, purificarono la sua bandiera dai simboli fascista e sabaudo, la restituirono pulita e gloriosa a tutti gli italiani.

Dinanzi a costoro, dinanzi a questi cittadini che voi spesso maledite, dovreste invece inginocchiarvi, come ci si inginocchia di fronte a chi ha operato eroicamente per il bene comune.

Ma perché, dopo quindici anni, dobbiamo sentirci nuovamente mobilitati per rigettare i responsabili di un passato vergognoso e doloroso, i quali tentano di tornare alla ribalta?

Ci sono stati degli errori, primo di tutti la nostra generosità nei confronti degli avversari. Una generosità che ha permesso troppe cose e per la quale oggi i fascisti la fanno da padroni, giungendo a qualificare delitto l’esecuzione di Mussolini a Milano. Ebbene, neofascisti che ancora una volta state nell’ombra a sentire, io mi vanto di avere ordinato la fucilazione di Mussolini, perché io e gli altri, altro non abbiamo fatto che firmare una condanna a morte pronunciata dal popolo italiano venti anni prima.

Un secondo errore fu l’avere spezzato la solidarietà tra le forze antifasciste, permettendo ai fascisti d’infiltrarsi e di riemergere nella vita nazionale, e questa frattura si è determinata in quanto la classe dirigente italiana non ha inteso applicare la Costituzione là dove essa chiaramente proibisce la ricostituzione sotto qualsiasi forma di un partito fascista ed è andata più in là, operando addirittura una discriminazione contro gli uomini della Resistenza, che è ignorata nelle scuole; tollerando un costume vergognoso come quello di cui hanno dato prova quei funzionari che si sono inurbanamente comportati davanti alla dolorosa rappresentanza dei familiari dei caduti.

E’ chiaro che così facendo si va contro lo spirito cristiano che tanto si predica, contro il cristianesimo di quegli eroici preti che caddero sotto il piombo fascista, contro il fulgido esempio di Don Morosini che io incontrai in carcere a Roma, la vigilia della morte, sorridendo malgrado il martirio di giornate di tortura. Quel Don Morosini che è nella memoria di tanti cattolici, di tanti democratici, ma che Tambroni ha tradito barattando il suo sacrificio con 24 voti, sudici voti neofascisti.

Si va contro coloro che hanno espresso aperta solidarietà, contro i Pastore, contro Bo, Maggio, De Bernardis, contro tutti i democratici cristiani che soffrono per la odierna situazione, che provano vergogna di un connubio inaccettabile.

Oggi le provocazioni fasciste sono possibili e sono protette perché in seguito al baratto di quei 24 voti, i fascisti sono nuovamente al governo, si sentono partito di governo, si sentono nuovamente sfiorati dalla gloria del potere, mentre nessuno tra i responsabili mostra di ricordare che se non vi fosse stata la lotta di Liberazione, l’Italia, prostrata, venduta, soggetta all’invasione, patirebbe ancora oggi delle conseguenze di una guerra infame e di una sconfitta senza attenuanti, mentre fu proprio la Resistenza a recuperare al Paese una posizione dignitosa e libera tra le nazioni.

Il senso, il movente, le aspirazioni che ci spinsero alla lotta, non furono certamente la vendetta e il rancore di cui vanno cianciando i miserabili prosecutori della tradizione fascista, furono proprio il desiderio di ridare dignità alla Patria, di risollevarla dal baratro, restituendo ai cittadini la libertà. Ecco perché i partigiani, i patrioti genovesi, sospinti dalla memoria dei morti sono scesi in Piazza: sono scesi a rivendicare i valori della Resistenza, a difendere la Resistenza contro ogni oltraggio, sono scesi perché non vogliono che la loro città, medaglia d’oro della Resistenza, subisca l’oltraggio del neofascismo.

Ai giovani, studenti e operai, va il nostro plauso per l’entusiasmo, la fierezza, il coraggio che hanno dimostrato. Finché esisterà una gioventù come questa nulla sarà perduto in Italia.

Noi anziani ci riconosciamo in questi giovani. Alla loro età affrontavamo, qui nella nostra Liguria, le squadracce fasciste. E non vogliamo tradire, di questa fiera gioventù, le ansie, le speranze, il domani, perché tradiremmo noi stessi. Così, ancora una volta, siamo preparati alla lotta, pronti ad affrontarla con l’entusiasmo, la volontà la fede di sempre.

Qui vi sono uomini di ogni fede politica e di ogni ceto sociale, spesso tra loro in contrasto, come peraltro vuole la democrazia. Ma questi uomini hanno saputo oggi, e sapranno domani, superare tutte le differenziazioni politiche per unirsi come quando l’8 settembre la Patria chiamò a raccolta i figli minori, perché la riscattassero dall’infamia fascista.

A voi che ci guardate con ostilità, nulla dicono queste spontanee manifestazioni di popolo? Nulla vi dice questa improvvisa ricostituita unità delle forze della Resistenza? Essa costituisce la più valida diga contro le forze della reazione, contro ogni avventura fascista e rappresenta un monito severo per tutti. Non vi riuscì il fascismo, non vi riuscirono i nazisti, non ci riuscirete voi.

Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio.

Questo lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei nostri morti, e per l’avvenire dei nostri vivi, lo compiremo fino in fondo, costi quello che costi.

 

Dedicare una strada a Giorgio Almirante? Leggete un po’ questo… Forse sarebbe più appropriato dedicargli una fogna!

 

Almirante

 

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Dedicare una strada a Giorgio Almirante? Leggete un po’ questo… Forse sarebbe più appropriato dedicargli una fogna!

 

I proclami razzisti e antisemiti di Giorgio Almirante
L’Assemblea Capitolina, con i voti di M5s e Fdi vota una mozione per intitolare una via a Giorgio Almirante, una vita a destra dal fascismo alla segreteria dell’Msi. Poi arriva lo stop di Virginia Raggi. Ecco proclami antisemiti e razzisti di Almirante ricordati con sdegno dalle opposizioni e dalla Comunità ebraica.

Quando è stata battuta la notizia che l’Assemblea Capitolina aveva approvato con i voti della destra di Fratelli d’Italia e del Movimento 5 stelle, una mozione per dedicare una via al segretario del Movimento Sociale Italiano Giorgio Almirante, subito si è alzata la voce di sdegno della Comunità ebraica romana: “La decisione del Consiglio Comunale di votare una mozione per intitolare una via ad Almirante è una vergogna per la storia di questa città. Chi ha ricoperto il ruolo di segretario di redazione della Difesa della Razza, senza mai pentirsene, non merita una via come riconoscimento”. Virginia Raggi, presa alla sprovvista nello studio di Porta a Porta, prima risponde sibillina a Bruno Vespa “il sindaco prende atto della volontà dell’aula, che è sovrana come il Parlamento”, poi impone il dietrofront con un tweet lapidario che non sembra ammettere repliche: “Nessuna strada a Roma sarà dedicata a Giorgio Almirante. Domani stesso presenterò una mozione a mia prima firma”.

Ecco questo stralcio di un articolo del 1942 uscito sull’organo di stampa ‘La difesa della razza’ e firmato proprio da Almirante:

Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d’una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore. Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue.

Sulla stessa rivista, nel primo numero della rivista nel 1938 firmava un articolo intitolato ‘Né con 98 né con 998′ in cui sosteneva:

Il razzismo è il più vasto e coraggioso riconoscimento di sé che l’Italia abbia mai tentato. Chi teme ancor oggi che si tratti di un’imitazione straniera non si accorge di ragionare per assurdo: perché è veramente assurdo sospettare che il movimento inteso a dare agli italiani una coscienza di razza […] possa servire ad un asservimento ad una potenza straniera.

Questo invece quando Almirante emanava, da capo di gabinetto del ministro Mezzasomma, un editto che annunciava la fucilazione per tutti gli “sbandati” che non si fossero consegnati:

Tutti coloro che non si saranno presentati saranno considerati fuorilegge e passati per le armi mediante fucilazione nella schiena. I gruppi di sbandati qualunque ne sia il numero dovranno inviare presso i comandi militari di Polizia Italiani e Tedeschi un proprio incaricato per prendere accordi per la presentazione dell’intero gruppo e per la consegna delle armi.
Giorgio Almirante dal regime fascista a segretario dell’Msi
Quando si è spento a Roma, ormai 30 anni fa, Giorgio Almirante aveva passato tutta la sua vita in politica, dal regime fascista alla Repubblica di Salò, fino a fondare l’Msi nel dopoguerra diventandone segretario tra il 1947 e il 1950, e poi ininterrottamente dal 1969 al 1987. Nel 1968, di fronte alla contestazione studentesca, in testa un gruppo di squadristi diede l’assalto alla facoltà di Lettere dell’università la Sapienza, occupata dagli studenti, nel tentativo di riportare l’ordine. Redattore del periodico “La difesa della razza”, fu un convinto sostenitore delle leggi razziale, che oggi vengono raccontate con “un incidente” dalla destra e dell’estrema destra nella vicenda della dittatura di Mussolini, quando in realtà il razzismo ne rappresentò l’essenza fin dall’avventura coloniale in Africa. Almirante è l’emblema dell’uomo della destra che “non ha mai tradito”, eppure gli attuali eredi della storia dell’Msi non sembrano per nulla in imbarazzo a chiedere una strada per il “loro” segretario, neanche di fronte ai discorsi sulla superiorità e la purezza della razza mai abiurati.

fonte: https://www.google.it/search?q=almirante+razzista&rlz=1C1AVNE_enIT620IT620&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ved=0ahUKEwjJn5DMzNbbAhUDJ5QKHWDxCLMQ_AUICigB&biw=1639&bih=807#imgrc=NiwPORquhqSkHM:

Il 14 giugno di 90 anni fa nasceva Che Guevara – Perché il suo mito è immortale

 

Che Guevara

 

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Il 14 giugno di 90 anni fa nasceva Che Guevara – Perché il suo mito è immortale

Il 14 giugno del 1928 nasceva il Che Guevara, lo vogliamo ricordare così…

Perché il mito di Ernesto Che Guevara è immortale

L’icona del rivoluzionario argentino resiste all’usura del tempo e ai mille tentativi di farne un marchio commerciale. Il motivo? È quello che non siamo. Per questo a 50 anni dalla morte l’Espresso ha deciso di pubblicare un libro su di lui

I ribelli caduti in campo di battaglia si dividono grosso modo in tre categorie: la prima, coloro che cercano la morte gloriosa perché le generazioni future cantino le loro gesta, un po’ come Ettore, che nella versione omerica non era ribelle, ma comunque da oltre 2.500 anni funziona da modello. Poi ci sono coloro che perdono la vita perché sconfitti in una battaglia che pensavano di poter vincere o che valeva la pena di combattere; e stiamo parlando di migliaia e migliaia di rivoluzionari, partigiani, rivoltosi, da Spartaco in giù. Infine, la terza categoria sono persone che hanno condiviso con il corpo e con la morte una rivolta delle cui ragioni e tempistica non erano convinti, ma l’hanno fatto per lo spirito di lealtà nei confronti dei compagni di lotta e delle proprie biografie; e viene in mente Rosa Luxemburg, assassinata a Berlino nel gennaio 1919.

E poi c’è il caso di un medico argentino, Ernesto Guevara, insofferente nei confronti delle ingiustizie del mondo; invaghitosi dell’avvocato cubano Fidel Castro che voleva cacciare dal suo Paese Fulgencio Batista, dittatore al servizio delle mafie statunitensi. Una volta ottenuto lo scopo, il medico, insoddisfatto dei compromessi e privilegi che accompagnano inevitabilmente l’esercizio del potere, era andato a finire i suoi giorni in Bolivia, Paese confinante con il suo.

Aggiungiamo un paradosso: del Che esistono due foto considerate iconiche. L’una, scattata dal francese Marc Hutten, lo raffigura da morto, in un modo che richiamava così fortemente l’immaginario archetipico di martire, da indurre milioni di giovani ad appendere invece sulle pareti delle loro abitazioni l’altra foto, fatta dal cubano Alberto Korda, con il corpo di ribelle da vivo, bello, pieno di speranza e con un berretto con la stella rossa sulla testa. A cinquant’anni dalla sua morte questo si può dire: nel bene e nel male il ricordo, la leggenda di Ernesto Che Guevara oltrepassa tutte le categorie (per quanto imperfette e arbitrarie) del ribelle sacrificatosi per una causa nobile.

Perfino l’industria culturale, da Hollywood all’editoria, non è riuscita a trasformare il rivoluzionario fatto prigioniero e fucilato all’età di 39 anni da un soldato boliviano, il 9 ottobre 1967 a La Higuera, in puro marchio commerciale. Si dirà, però ci sono le magliette con la faccia del Che e le indossano, indistintamente ragazzi di sinistra e di destra; ci sono perfino tazzine con la sue effigie e borse e borsette e via elencando mercanzia varia. Vero, ma resta il fatto che neanche i commerci sono riusciti a distruggere il mito.

Ma a pensarci bene, forse la resistenza all’usura dell’icona del Che e il suo fuoriuscire dalle categorie classificatorie, sono fenomeni dovuti alla nostra insoddisfazione con la modernità che stiamo vivendo. C’è qualcosa di triste e al tempo stesso inquietante nell’anonimo pragmatismo dei capi politici che si stanno imponendo oggi in Europa e un po’ ovunque in Occidente.

Non c’è solo il caso limite, italiano, di un movimento che cominciò col mandare a quel Paese l’intera classe dirigente e che finisce con un capo dalla biografia bianca come una pagina di un libro non ancora pensato; c’è anche il francese Macron che dopo pochi mesi al potere sembra ricoperto dalla patina del vecchio; mentre tutti sperano nell’eterno perpetuarsi del governo di una non brillante signora tedesca. L’emozione, nel presente, la proviamo solo quando muore un grande attore, cantante, scrittore del passato. In quei casi le lacrime, vere e virtuali, sgorgano copiose.

Ecco, il Che è il contrario della nostra triste epoca. Un rimpianto di una generazione, quella del ’68, invecchiata senza mai rinunciare alle prerogative dei giovani? No. Il culto del rivoluzionario argentino non è nostalgia di come eravamo belli e pieni di speranza, per due motivi. Il primo perché a Ernesto Guevara si richiamano ragazzi che potrebbero essere suoi bisnipoti; e il secondo, perché nella figura del Che, rivisitata 50 anni dopo e quindi con le ampie conoscenze del caso, rivivono tutte le idealità e tutte le contraddizioni degli uomini in rivolta.

In un memorabile saggio che potrebbe essere letto come una critica radicale a tutto quello il Che ha rappresentato, Albert Camus nelle prime righe dice: «Cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi». Il filosofo, in quel testo mette in guardia contro la rivolta metafisica e contro il piegare l’umanità alle esigenze della storia. Ce l’aveva con i nichilisti e con i marxisti-leninisti, Camus. E marxista-leninista si proclamava il Che. Eppure, nonostante l’autocertificazione, Ernesto Guevara ci sembra oggi un ribelle contro quello che i marxisti e i comunisti consideravano le ferree logiche della storia.

In parole semplici e per tornare all’inizio. Il Che nasce da adulto come un medico che vuole aiutare i malati, specie se poveri ed esclusi. Curioso del mondo esplora con la motocicletta scassata il Continente. Diventa rivoluzionario perché vuole bene agli umani e non perché convinto delle regole del “socialismo scientifico”. È un uomo che con le proprie mani tenta di rimodellare il destino e che rifiuta il realismo in quanto eterno presente. Certo, era anche un romantico che sacrificò la propria vita. Ma l’immagine che ci accompagna, ripetiamo, è più la foto da vincitore all’apice del successo e del sogno di Korda che non quella di Hutten scattata nella lavanderia dell’ospedale di Vallegrande, dove il cadavere del rivoluzionario venne portato da La Higuera.

 

 

tratto da:

http://espresso.repubblica.it/internazionale/2017/10/02/news/perche-il-mito-di-ernesto-che-guevara-e-immortale-1.311197

Ricapitoliamo: una migrante incinta e affetta da un grave linfoma viene barbaramente respinta alla frontiera di Bardonecchia e muore subito dopo il parto. Ma “Vomitevoli e immondi” sono gli italiani… Glie lo dedichiamo tutti in coro un bel vaffanculo ai francesi?

 

francesi

 

 

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Ricapitoliamo: una migrante incinta e affetta da un grave linfoma viene barbaramente respinta alla frontiera di Bardonecchia e muore subito dopo il parto. Ma “Vomitevoli e immondi” sono gli italiani… Glie lo dedichiamo tutti in coro un bel vaffanculo ai francesi?

Migranti, il partito di Macron: “Vomitevole e immonda la linea del governo italiano”

Durissimo giudizio del partito di Macron sul governo italiano in merito alla vicenda Aquarius. “Considero vomitevole la linea del governo italiano – ha detto Gabriel Attal, portavoce di ‘En Marche’ – è inammissibile giocare alla politica con delle vite umane, lo trovo immondo”. Intervistato dall’emittente Public Senat, Attal ha aggiunto: “Un pensiero va prima di tutto alle 629 persone che sono sulla nave Aquarius”. Sabato scorso l’imbarcazione dell’Ong francese SOS aveva salvato i migranti al largo delle coste della Libia e da allora è in mare dopo che l’Italia ha negato i porti, chiedendo a Malta di accoglierli. A sbloccare la situazione è stato ieri il governo spagnolo del socialista Pedro Sanchez che ha aperto il porto di Valencia alla Aquarius.

Allora, rinfrescateVi la memoria sugli immondi e vomitevoli francesi, che poi vorrebbero darre a NOI lezioni di civiltà…

Da Il Fatto Quotidiano:

Torino, migrante incinta respinta alla frontiera di Bardonecchia muore dopo il parto. Salvo il bimbo: pesa 700 grammi

La donna, 31 anni, era affetta anche da un grave linfoma. Ong: “Francesi hanno dimenticato l’umanità”. Gara di solidarietà per salvare il bambino, ricoverato nella Terapia Neonatale del Sant’Anna.

È stata respinta alla frontiera di Bardonecchia, nonostante fosse incinta di poche settimane e affetta da un grave linfoma. I militari francesi non le hanno permesso di entrare in Francia e lei, una migrante nigeriana di 31 anni, soccorsa dai volontari di Rainbow4Africa, è morta all’ospedale Sant’Anna di Torino dopo il parto cesareo.

“Le autorità francesi sembrano avere dimenticato l’umanità“, dice Paolo Narcisi, presidente dell’associazione che da dicembre ha aiutato un migliaio di migranti. Salvo il suo bimbo, che al momento della nascita pesava 700 grammi. Il fatto che sia in vita è considerato “un miracolo” dai medici.

La nigeriana è stata ricoverata un mese a Torino, seguita dall’Ostetricia e Ginecologia diretta dalla professoressa Tullia Todros e dall’ematologia ospedaliera delle Molinette diretta dal dottor Umberto Vitolo. È stata tenuta in vita il più possibile, per consentirle di portare avanti la gravidanza. Il neonato è ora ricoverato nella Terapia Neonatale del Sant’Anna, diretta dalla professoressa Enrica Bertino, assistito dal padre, anche lui respinto alla frontiera.

“I corrieri trattano meglio i loro pacchi”, continua Narcisi, secondo cui respingere alla frontiera una donna incinta e malata “è un atto grave – dice ai microfoni del Tg3 – che va contro tutte le convenzioni internazionali e al buon senso, proprio come criminalizzare chi soccorre”.

La notizia si aggiunge a quella della guida alpina francese che rischia una condanna fino a cinque per avere soccorso un’altra migrante incinta. “Tutto questo è indice di una paura strisciante, ma non bisogna avere paura”, aggiunge il presidente di Rainbow4Africa, che ha lanciato la campagna Facebook ‘Soccorrere non è un crimine’.

 

 

fonte articolo: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/23/torino-migrante-incinta-respinta-alla-frontiera-di-bardonecchia-muore-dopo-il-parto-salvo-il-bimbo-pesa-700-grammi/4247449/

Perché Gino Strada dà fastidio? Perchè è l’unico da 20 anni a questa parte che dice ancora “qualcosa di sinistra”: Sono sconcertato. Ho 70 anni e non pensavo più di vedere ministri razzisti o sbirri nel mio Paese. Non hanno considerazione delle vite umane…

 

Gino Strada

 

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Perché Gino Strada dà fastidio? Perchè è l’unico da 20 anni a questa parte che dice ancora “qualcosa di sinistra”: Sono sconcertato. Ho 70 anni e non pensavo più di vedere ministri razzisti o sbirri nel mio Paese. Non hanno considerazione delle vite umane…

Gino Strada: Sono sconcertato. Ho 70 anni e non pensavo più di vedere ministri razzisti o sbirri nel mio Paese. Non hanno considerazione delle vite umane…

Gino Strada dimostra ancora una volta che il sentimento di empatia nei confronti dell’umanità non ha colore politico: un combattente senza armi offensive che è libero, tenace, coltissimo e senza timori reverenziali.

Le parole di Gino Strada suscitano stupore e polemiche, anche perchè in Italia, negli ultimi 20 anni, e soprattutto in questi ultimi tempi, è l’unico a dire “qualcosa di sinistra”…

Pensare che la Lega sia in un governo di rinnovamento… me lo ricordo io Bossi urlacchiare in giro… mi sembra una roba vecchia…

“Italiani prima! Vengono a portarci via il lavoro!” S’è visto, gli sbarchi sono calati del 70 per cento e nessun effetto sui tassi di occupazione…

La politica di Minniti è stato un atto di guerra contro i migranti e ha portato tanti morti. Era pagare gli assassini per dire: ‘Uccideteli pure, ma a casa vostra. Non li vogliamo qua’. Su questo c’è unità di intenti e continuità di azione nei propositi di Salvini”. Questo clima razzista sta causando un abbrutimento sociale che richiederà intere generazioni per essere recuperato…

Parole dure che danno fastidio… Perchè Gino Strada da fastidio… Ormai è l’unico da 20 anni a questa parte che dice ancora “qualcosa di sinistra” …e questo non gli può essere perdonato!

 

by Eles